Don Fortunato Di Noto
Don Fortunato Di Noto, presidente e fondatore
Sacerdote siciliano (Avola – 1963), incardinato nella Diocesi di Noto (SR), nel web ha posto le radici della sua missione. Le “periferie digitali” sono divenute la sua dimora; sono il luogo in cui investe le sue energie, l’antro tetro in cui cerca di dissiparne le ombre. Nella parte oscura e insidiosa del web è impegnato nella lotta al nefando ed esecrabile crimine della pedofilia e della pedopornografia. Il suo grido non conosce silenzi; il suo impegno non conosce tregue.
Figura poliedrica ma sobria, uomo schietto ma accorto, alla fervente attività pastorale unisce la costante missione dell’Associazione Meter, della quale è fondatore e presidente, ma soprattutto motore inarrestabile. Il monitoraggio della rete, l’azione di denuncia, l’attività di formazione e di sensibilizzazione sul triste fenomeno degli abusi sessuali sui minori, il sostegno delle vittime sono il suo mandato quotidiano.

Incarichi Ecclesiali
Direttore dell’Ufficio per le fragilità e il disagio sociale - Servizio tutela minori e persone vulnerabili della Diocesi di Noto (SR)
Responsabile dello Centro Regionale di Ascolto della CESi (Conferenza Episcopale Siciliana)
Referente Diocesano per il Servizio regionale di Tutela dei Minori per la Diocesi di Noto (SR)
Direttore dell’Ufficio per la Formazione permanente del clero della Diocesi di Noto (SR)
Direttore dell'Ufficio pastorale della Salute della Diocesi di Noto (SR)
Vice direttore dell’Ufficio delle Comunicazioni Sociali della Diocesi di Noto
Canonico del Capitolo della Basilica Cattedrale di San Nicolò in Noto (SR)
Parroco della Parrocchia Madonna del Carmine di Avola (SR)
Parroco della Parrocchia San Giovanni Battista e San Paolo apostolo di Avola (SR) (2019-2022)
Vicario foraneo per la Città di Avola (SR) (2015-2022)
Membro del Copercom (Coordinamento delle Associazioni per la Comunicazione)
Delegato vescovile dell’Ordo Virginum
“Ancora oggi ci sono troppi bambini orfani con genitori vivi”
Don Fortunato Di Noto
Incarichi Istituzionali
È stato membro del tavolo tecnico dell’Osservatorio Nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia online della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità e Componente del gruppo tecnico interistituzionale per la lotta alla pedofilia e alla pedopornografia della Regione Sicilia. Membro del comitato scientifico della Polizia Postale e delle Comunicazioni
Attività di docenza
Docente del modulo "Pedofilia e abusi sessuali" presso la Scuola Superiore di Specializzazione in Bioetica e sessuologia dell’Istituto Teologico San Tommaso di Messina, unita alla Pontificia Università Salesiana
Docente di "Teoria ed etica dei media" presso l’Istituto Superire di Scienze Religiose San Metodio di Siracusa
Docente del corso "La tutela dei minori" presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Giuseppe Moscati” di Benevento
Promotore, insieme ad altri, della Legge n. 269/98 e, con l’Associazione Meter, della L. n. 38/2006 e della legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote
Letture di approfondimento
Canonica di Avola, Sicilia meridionale, la terra del famoso Nero d’Avola e dei dolci di mandorle. Due motivi d’orgoglio per non passare inosservata in una Sicilia così ricca di fascino, di cultura e di millenarie tradizioni. Il problema è il parroco di questo paesino, 28 km da Siracusa. Un prete con fisico e lineamenti che a prima vista lo avvicinano più a Bud Spencer che a Fra’ Cristoforo: ma quando agisce è più Fra Cristoforo che don Abbondio. Uomo pratico, dai modi apparentemente un po’ bruschi. Che spesso ripete: “Chi sa parlare taccia, chi sa fare faccia”. Un giorno lo va a trovare Gianni, creatura piccola dalla storia drammatica, e gli sbatte in faccia una domanda: “Perché la mia vita è solo in bianco e nero?” Lui gli chiede: “Come la vorresti” Il bambino risponde deciso: “Come un arcobaleno”.
Nasce così – pilotata da un Dio nobile e da un prete tenerissimo – Associazione Meter che nel corso dei suoi vent’anni d’attività ha denunciato e smascherato 170.000 portali pedopornografici e mandato in galera centinaia di pedofili: professionisti, medici, avvocati, professori, preti. Insospettabili padri di famiglia, i cui figli hanno la stessa età dei bambini che loro acquistano nei bordelli della Cambogia o di Cuba, usano e poi lasciano lì per il vizio di altri ricchi clienti. E avanti il prossimo. Sulla sua scrivania ci sta il Breviario, la Scrittura Sacra e l’aspersorio. Ma anche il cellulare, un PC, Internet. Myspace, YouTube, sms, email e blog. Un rapporto tra sacro e profano che per lui è “terra di missione”. I sapienti ridono e lo considerano un imbecille: d’altronde un prete vero oggi non può brillare. Ma lui non si da per vinto. Di fronte a questa moderna “strage degli innocenti” da Avola ogni volta ri-parte per sferrare il suo attacco alle grandi lobby criminali. Lo vogliono morto: lui vuole i bambini vivi e sorridenti. Per questo ha raccolto la sfida. Il papa a Sydney ha confessato vergogna per i preti pedofili. Lui da 20 anni denuncia, smaschera, provoca, riflette, urla, corre, incontra. Rischia. Non si è suicidato se sabato 25 giugno 2005 migliaia di persone hanno festeggiato la Prima giornata dell’Orgoglio Pedofilo. Non si è arreso se in Olanda c’è un partito che vuole liberalizzare la pornografia infantile, il sesso con gli animali e i rapporti sessuali tra adulti e bambini maggiori di 12 anni. Non si è fatto ricoverare. Ha fatto di più: ogni anno dal 1995, invita a celebrare la prima domenica di maggio la Giornata della Memoria dei bambini - vittime della violenza, indifferenza e sfruttamento.
Ovvero: vinci il male con il bene!
«Dormono là dentro, o sbadigliano tutt’al più. Solamente i bambini schiacciano il naso contro i vetri. Solo i bambini sanno quello che cercano.» (A. de Saint-Exupery, Il piccolo principe, 1943)
Chi sono i bambini per don Fortunato?
Sono l’uomo: intero ed integro. Si è bambini nella misura in cui gli adulti, responsabilmente e con maturità saggia e affettiva, li aiutano a crescere e imparare a distinguere tra il seme buono e la zizzania. Credo che il rispetto del creato dipenda molto da come accettiamo, amiamo, educhiamo i bambini. Serbo un’immagine forte che racconta di me: da bambino sognavo sempre di essere schiacciato da un peso enorme che mi rompeva il torace e perforava i miei polmoni. Ma nonostante tutto rinascevo: essere bambini è rinascere ogni giorno fino al giorno finale. Non si diventa mai adulti.
Nell’ottobre del 2000 molti ricordano le dimissioni di Gad Lerner e il terremoto al TG1. Da Torre Annunziata partì una grande inchiesta che portò all’arresto di 12 persone, moltissime informazioni e centinaia di rinvii a giudizio. Le minacce si fecero insistenti! Ma perché qualcuno continua a dire che la pedofilia non è un problema nella società?
A chi dice che la pedofilia è un problema inesistente, io dico e confermo che è una emergenza sociale e sempre più criminale di vastissime proporzioni. Negli anni ‘90 quando per primo iniziai a gridare con forza contro tali misfatti, tanti ostacoli si contrapposero a questa mia pubblica esposizione di violenze su bambini. Quando già in quegli anni parlavo di “lobby pedofile”, “partiti pedofili”, “orgogli pedofili” ci furono alzate di scudi. Anche il mondo della politica ed ecclesiale mi videro con sospetto (forse ancora oggi!) Ma la verità va detta per rispetto di tutti quei bambini che sono vittime annientate e vilipese: un vero e proprio olocausto bianco, un’inaudita e spaventosa zona grigia che alimenta mercati, affari, criminalità e spaventosi silenzi che si consumano dentro le case e nei tuguri del mondo. È intollerabile pensare che una triste realtà venga considerata secondaria ad altri problemi.
Davvero è ancora vivo Erode?
Erode è più che vivo! È l’antitesi del Bene che si adopera ad alimentare la speranza. Erode è nemico della vita, puro ed estremo egoismo, tenebra che offusca la luce, mercante che smercia la vita e la traffica, famelica ostentazione di piacere e lussuria che non rispetta il tempio di Dio che è il corpo (soprattutto dei bambini). Ma Erode non vincerà: i bambini, gli uomini e le donne di buona volontà gli fracasseranno la testa. Erode sarà mangiato da se stesso. E in tutta questa strage mi consola il fatto che tanti bambini vivono nell’agio e nella felicità. E qualcuno abbiamo potuto salvarlo.
Come fa la tua associazione a trovare i siti incriminati?
170.000 portali sono stati denunciati, in tutti questi anni, alla Polizia Postale e in tutto il mondo. Un orrore smascherato per delineare una mappa e conoscere i milioni di bambini coinvolti. Pensa che più di 500.000 mila foto di volti di bambini sono contenuti nel data base all’Interpol per sperare di individuarli anche a distanza di anni (650 dal 2004). L’attività di monitoraggio della rete è condotta da volontari scelti che si limitano ad essere “vedette della rete” per segnalare tutto ciò che coinvolge i minori nello sfruttamento sessuale e nella pedofilia, alle autorità di polizia in tutto il mondo. Non criminalizzo la rete: è una nuova sfida e uno dei mezzi straordinari di libertà e di comunicazione. Ma l’Associazione Meter oltre ad avere numerosi servizi di prossimità con chi subisce abusi ha anche un Centro di ascolto e prima accoglienza per le vittime (600 casi seguiti, concretamente, fino a conclusione di iter giudiziario). Nessuno che è stato accusato di reati sessuali su minori è risultato un falso. Tutti hanno ammesso le loro colpe e sono stati giustiziati.
Claudio Simeoni, Meccanico Apprendista Stregone, Guardiano dell’Anticristo, ti definisce “adoratore del macellaio di Sodoma e Gomorra” – riferendosi chiaramente al Dio cristiano. Cosa significa per te portare avanti la Verità?
La menzogna inghiottirà la menzogna. Del resto da chi adora “il menzognero” cosa posso aspettarmi? Cosa posso attendermi da coloro che non si mettono in discussione nella Verità? Cosa posso sperare da coloro che vivono nell’oscurità e che si coprono gli occhi con occhiali neri per non farsi vedere nella loro paurosa debolezza e precarietà? Mi preoccupa maggiormente il coinvolgimento delle persone deboli (Bestie di satana, ndr), da come vengono manipolate e rese schiave. Il Dio cristiano che ho incontrato e conosciuto è quello che ha dato suo Figlio, Gesù Cristo, in riscatto per molti inchiodandolo sulla Croce. Nella logica dell’amore. Ma Gesù Cristo ama anche gli apprendisti pseudo stregoni affinché si convertano e vivano una buona vita.
Il Papa da Sydney confessa la sua vergogna per il dramma della pedofilia tra il clero. Chris MacIsaac, portavoce di un gruppo di sostegno a persone abusate da sacerdoti cattolici, ha oggi esplicitamente accusato il papa di non essersi scusato in maniera significativa con le vittime. Alle scuse occorrerebbero i fatti.
Benedetto XVI ha detto cose di portata storica. Scusandosi ha tracciato linee chiare per i vescovi: i sacerdoti devono essere giudicati dai tribunali e bisogna collaborare con la giustizia affinché venga fatta chiarezza. È ovvio: si può fare sempre di più, ma dobbiamo stare attenti che vicende così dolorose e tristi non divengano solo pretesti ideologici di attacchi alla Chiesa. Non credo che la Chiesa da oggi metterà a tacere gli abusi sessuali sui bambini, come non deve mai tacere sui misfatti contro i poveri, i deboli, i piccoli. I preti, è bene ribadirlo, in coscienza, se hanno compiuto tali peccati gravissimi e reati non devono fare più i preti. I seminari siano luoghi di maggiore discernimento.
Che spessore ha realmente il fenomeno della pedofilia?
Dare i numeri non deve sembrare solo un’ostentazione sterile: 158 milioni di minori vittime di violenze sessuali nel mondo, 2 milioni ogni anno coinvolti nel mercato della pedocriminalità e pedopornografia (anche on line), 2 milioni coinvolti nel traffico di essere umani. Dietro un bambino corrotto c’è sempre un grande corruttore. Ma non dimentichiamo la strisciante cultura pedofila che tende a giustificare tutto. Lo scorso mese Associazione Meter ha elaborato una proposta di legge contro la pedofilia culturale (appoggiata da 120 deputati bipartisan) già in discussione alla II Commissione Giustizia. Una proposta di legge contro chi promuove e istiga la pedofilia come un fatto buono.
Chi è veramente don Fortunato Di Noto?
Una voce che grida in difesa dei bambini vilipesi e abusati. Che se ne infischia degli insulti e degli sputi. Che vuole colorare il mondo di speranza.
“Tre cose ci sono rimaste nel cielo – scriveva l’Alighieri poeta –: le stelle, i fiori e i bambini”. Questo prete lo vogliono morto perché insegna a vivere. Davvero strano questo mondo.
Don Marco Pozza, 25 luglio 2008, Sulla strada di Emmaus
Trent’anni fa lanciò un allarme: «ci sono bambini orfani con genitori vivi». Sembrava un controsenso: oggi è cronaca. Nel frattempo, don Fortunato Di Noto – parroco di Avola e fondatore di Associazione Meter – iniziò a fare di Internet una “periferia esistenziale” da abitare. La lotta contro la pedofilia e la pedopornografia, le esistenze digitali e la tratta dei bambini, il rischio della prostituzione virtuale. Reiteratamente minacciato di morte dalle grandi lobby pedofile, ogni mattino ricomincia per organizzare la speranza. Facendo di un monitor il suo punto di meditazione sul mondo: «mi sono affascinato di questo mondo negli anni ‘80 – confida don Di Noto –: allora era estraneo alle preghiere e alla vita della Chiesa. Intuivo, però, che avrebbe cambiato le relazioni, che l’etica sarebbe ben presto diventata estetica e, quindi, avrebbe chiesto anche nuovi strumenti di comprensione. Decisi di abitarlo, pur sapendo che non avrebbe mai potuto sostituire quello reale». Abitare per smascherare, denunciare, proteggere: «in trent’anni di attività – specifica – Meter ha segnalato più di un milione di siti pedofili e pedopornografici, seguito oltre 1200 persone vittime di abusi, consegnato alla giustizia di tutto il mondo migliaia di sfruttatori di tutte le estrazioni sociali». Incrociando on line la sofferenza ambigua dell’umanità, questo prete ha inaugurato una chiesa che è come un “ospedale da campo” per Internet: un pronto soccorso di Dio dove l’urgenza è di strappare l’umano dalle unghie del disumano. Forse anche della banalizzazione.
Trent’anni dopo la Chiesa (pure lei naufraga dentro quest’ambiguità) bussa alla sua porta e chiede aiuto. Oggi esplode il caso delle baby-squillo, Internet viaggia tra ambiguità e opportunità, certe adolescenze sembrano inspiegabili. Vietato distrarsi: nella storia gli sbadigli hanno fatto più danni di tutte le polveri da sparo. «Sono storie giovani disperatamente alla ricerca di qualcuno che si fermi accanto a loro e li aiuti a scovare il senso della loro vita, a leggere il proprio volto, a decifrarne le loro nudità – riflette –: la tendenza è quella di avere il volto e la storia degli altri, la vergogna di non avere fascino alcuno. Cerco una risposta a questa domanda, senza mai dimenticare chi sono, da dove vengo e verso dove sto andando». Non fa sconti quest’uomo che traffica sogni, la sua è voce di chi non ha voce, voce di chi non vuol parlare e vorrebbe zittire la sua voce: «il problema non è generare dei figli ma diventare dei genitori e dei punti di riferimento per loro – attacca don Di Noto –. C’è una distrazione pesantissima verso i giovani, quasi un’indifferenza alla quale tanti di loro rispondono immergendosi con un clic dentro un mondo spesse volte immaginario. La mia tristezza è la percezione di un silenzio diffuso riguardo a quest’urgenza». Il suo non è il linguaggio della tragedia, ma l’urgenza di una nuova educazione capace di abbandonare i vecchi clichè di comprensione: «sono adolescenti che nell’epoca massima della comunicazione faticano a parlare di sé: dei loro desideri e dei loro sogni, delle loro aspirazione e ferite. È sempre più urgente che qualcuno torni a giocare in perdita con loro, riabbracci la sfida di ascoltarli, navighi dentro la fragilità della loro anima». Papa Francesco ha fatto della “periferia” una litania del suo pontificato. Questo prete siciliano da decenni ha scelto queste “favelas tecnologiche” come terra di missione: «sono luoghi di povertà affettiva – conclude –. E quando latita l’affetto, gli avvoltoi sono all’opera, ovunque. In questo abbandono, Associazione Meter ha piantato la tenda: per dare accoglienza a chi avverte di non reggere l’urto delle burrasche».
Il tempo è scaduto e lui saluta. Rimane una sensazione: aver incrociato uno sguardo capace di intravedere anzitempo ciò che diverrà ovvio. Lo sguardo dei profeti: quelli che non prevedono il futuro ma sanno leggere il presente.
Don Marco Pozza, 12 novembre 2013, Il Mattino di Padova
L’uomo l’hanno lasciato solo, spaventosamente solo. Ciò che da anni grida, però, non è “solo” un cruccio suo, è patrimonio mondiale dell’umanità: eppur sembra essere cagione di godimento velare la sua profezia con un mantello d’indifferenza. Perché l’opera di don Fortunato Di Noto – parroco di Avola (SR), fondatore di Associazione Meter – non è qualcosa di losco, di barbaro, di guercio. È qualcosa che ha a che fare direttamente con la presenza di Lucifero dentro la storia: violentare l’innocenza bambina è attentare al sogno primordiale di Dio. È voler inquinare le sorgenti per avvelenare l’intero corso del fiume: «Per comprendere meglio la questione e per superare l’idea che le foto e i video non sono realizzazioni virtuali ma reali – ha commentato presentando i dati del Report 2015 –, si pensi che stiamo denunciando il coinvolgimento di circa 700.000 bambini ridotti in schiavitù sessuale in tutto il mondo».
Per capire il dramma lancinante di questo prete – simile per stazza a Bud Spencer, identico nel cuore a Fra’ Cristoforo – c'entrano i numeri: in questo caso il numero “settecentomila”. I numeri non sono gli stessi per tutti gli uomini. Per qualcuno, quelli che fanno informazione, i numeri sono dei dati. Per altri sono cifre. Per altri, che sono dei sapienti, sono indici da analizzare. Per chi commercia sono indizi di fortuna. Per costoro, tutti questi numeri stanno zitti, non dicono più di tanto. Per don Fortunato, invece, questi numeri sono come le stelle del Piccolo Principe: sono numeri che sanno piangere. Solo a casa sua questi numeri singhiozzano, son numeri che nessuno possiede: «Credo sia opportuno – continua don Di Noto – sottolineare e ribadire che dietro una unità c’è un bambino violato e schiavizzato sessualmente».
In ogni numero abita una storia bambina, quel bambino fa piangere il numero: settecentomila sonagli che piangono. Eppure il vicinato umano tace, lo vorrebbero muto pure lui che da trent’anni sta in piedi a denunciare abusi e nefandezze perpetrate nei confronti dell’infanzia violata. Osano ancora chiamarlo prete-anti-pedofili: chi fa uso di quest’espressione sa di mentire. Non esiste il pedofilo, esiste la pedofilia che è cosa assai più estesa. Il pedofilo, qualora esistesse, sarebbe una unità, una monade, un pezzo di corpo malato: lo esporti e la sua presenza è stata bandita. Il problema è che ad esistere è la pedofilia: che, grazie al silenzio omertoso di chi tace, è diventata una filosofia, una moda, uno stile di vita sposato da intere lobby criminali. Una tendenza, la cui valenza sessuale è solo l’ultimo approdo di un pensiero inquinato. Persino malsano, ignominioso, perverso.
I potenti, questo prete, l’hanno isolato. Qualcuno lo minaccia di morte a scadenze puntuali: sono troppi gli interessi che le sue parole destano dal sonno. Oggi, a Piazza San Pietro, celebrerà la XX Giornata Bambini Vittime. Il titolo è coraggioso: «Fanciulli, alzatevi!». I potenti si turano le orecchie: che importa? Gli vengono in soccorso i bambini: lui aiuta loro, loro ricambiano. L’hanno aiutato l’altro giorno i tre bambini di Parco Caivano (NA): hanno alzato la testa e hanno permesso agli investigatori di catturare Raimondo Caputo, l’uomo che due anni fa, dopo averla abusata, ha ucciso Fortuna Loffredo gettandola dal balcone del palazzo-muto. L’omertà degli adulti, però, non è più tutto: «Gli adulti ostacolavano le indagini, i piccoli hanno permesso una svolta» ha detto il procuratore aggiunto di Napoli Nord, Domenico Airoma. Da qualche giorno don Fortunato non è più completamente solo: i bambini stanno ridandogli quella speranza che lui, per decenni, ha assicurato loro, gridando nel deserto. Tre bambini che denunciano, però, sono il racconto di un sogno diventato segno: i bambini iniziano ad auto-difendersi. Ad alzarsi.
Una notizia-bomba pagata con trent’anni di lotte solitarie.
Don Marco Pozza, 1 maggio 2016, Il Mattino di Padova
12/07/2017 In un post su Facebook il parroco della “Terra dei fuochi”, dopo aver incontrato ad Avola don Fortunato Di Noto e l’Associazione Meter, scrive questa dura invettiva contro la pedofilia e la pedopornografia. “È possibile che un uomo, creato a immagine di Dio, possa...”
L’inferno fa paura. Dall’inferno ci difendiamo, prendiamo le distanze. Dell’inferno si parla poco, malvolentieri, a bassa voce, a giorni alterni. Fino a quando qualche aguzzino che questo inferno crea, alimenta, tiene in vita non finisce nelle maglie della rete e viene sbattuto in pagina. Allora rimaniamo scossi, il volto si arroventa, la rabbia avanza. Il cuore sanguina. Allora, come frastornati, prendiamo atto che questo inferno è in mezzo a noi. Si organizza, opera, agisce. Individua le sue vittime, se ne impossessa le trascina verso abissi spaventosi. Caverne gelide, buie, fetide, stomachevoli che possiamo solamente e lontanamente immaginare. Le vittime sono piccole, troppo piccole per potersi in qualche modo difendere. Non ce la fanno, non ce la possono fare, non ce la faranno mai. Hanno pochi anni, a volte, addirittura, pochi giorni.
L’orco vigliacco ne può fare quel che vuole. Quel corpicino è in suo potere. Quella bambina davanti alla quale gli angeli si inchinano scatena la sua libidine. Più piange, si dimena, si lamenta, vomita la piccola vittima tanto più il bruto si eccita, la violenta, incide nella sua carne una sofferenza atroce. Sono stato ad Avola, in provincia di Siracusa, nella Sicilia orientale.
Ad Avola c’è un uomo, un prete, un parroco che in questo inferno si è calato. Senza paura, senza tentennamenti. Da quell’inferno ha tirato fuori centinaia di vittime innocenti. Ha sentito il puzzo di bruciato, il fetore della corruzione, il pianto dei bambini, il lamento dei neonati. Don Fortunato Di Noto ha deciso di spendere la sua vita per gridare al mondo quanto grande sia il dramma della pedofilia e della pedopornografia. Per dirci che attraverso la rete di cui ci serviamo per scrivere, leggere, informarci, comunicare, navigano scene apocalittiche. Foto e video usciti dall’ inferno. Per dirci che, sotto i nostri occhi, accadono a tanti bambini cose inconcepibili. Bambini veri che in qualche parte del mondo vengono sacrificati agli insani piaceri degli adulti. Sono stato ad Avola. Ci dovevo andare. Era mio dovere. Fortunato ha bisogno di essere sostenuto, aiutato, incoraggiato. “ Quando i fratelli ci fanno visita – diceva Frère Roger Schutz di Taizé – ci confermano che stiamo operando bene”.
Sono andato ad Avola per abbracciare questo prete, ringraziarlo per il suo impegno, il suo coraggio, la sua fede, il suo cuore grande quando una montagna. Ma sono andato anche per chiedergli di scendere con lui in quell’inferno che spaventa e mi spaventa. Avevo paura. Gli ho chiesto di rimanermi accanto mentre, seduti davanti a un computer, lentamente scivolavano le immagini. Sono arrivato a vederne quattro o cinque, non ho resistito di più. Ma sono bastate a togliermi il sonno. A chiedermi che cosa si debba fare per scendere in aiuto di questi piccoli. Avevo letto degli scempi sui neonati, li avrei anche potuti immaginare. Ma vederli è un’altra cosa. Ti immergi nell’inferno, stai male, soffri e dall’inferno vorresti scappare via. Le fiamme bruciano, i fumi asfissianti rubano il respiro. Il cuore batte all’impazzata, la rabbia monta, l’impotenza di agire ti arrovella.
È possibile? Ti chiedi. È possibile che un uomo, creato a immagine di Dio, possa stuprare, violentare, rovinare un bambino di pochi anni o di pochi giorni? Trovare piacere mentre una bambina spaventatissima, piange, invoca, chiede aiuto? Possibile che milioni di persone perbene, con i loro silenzi non sempre complici, permettano tutto questo? Don Fortunato è convinto che la prima cosa da fare sia informare. È vero. La conoscenza innanzitutto. Ma non un’informazione sporadica, distratta, asettica. Occorre portare alla luce le storie di questi bambini prigionieri.
Occorre che gli adulti che vogliono farlo, possano vedere con i propri occhi le spietate assurdità compiute dai pedofili su bambini. Il web è diventato uno dei nemici più crudeli di questi innocenti indifesi. In questo mare navigano, si cercano, si camuffano, si coalizzano i pedofili. Con i bambini stuprati fanno affari milionari. Le loro foto, i loro pianti, le loro grida soffocate vengono venduti, guardati, scambiati come fossero fumetti. A don Fortunato il grazie di tutte le persone perbene. Questo prete siciliano ha acceso una luce in una foresta buia e fitta. Ci ha dato la mappa di un campo minato che miete vittime ogni giorno. Con i suoi meravigliosi collaboratori è diventato pescatore di siti pedopornografici e collaboratore della Polizia postale. I pedofili di tutto il mondo lo odiano. Da essi si deve difendere.
Ma noi dobbiamo osare di più. Per amore dei bambini dobbiamo spingerci oltre. Tutti, tutti, tutti dobbiamo ascoltare con le nostre orecchie il pianto disperato dei bambini violentati. Tutti, tutti, tutti, dobbiamo avere la possibilità di vedere con i nostri occhi quelle scene spaventose. La gente deve sapere per poter inorridire, scandalizzarsi, rabbrividire. Perché il cuore dell’uomo, in grado di spingersi fino al cielo, è anche capace di precipitare negli abissi più profondi. La gente deve scendere nell’inferno, toccare con mano, sentire il fetore del male, il desiderio del bene. Tutti, tutti, tutti dobbiamo sentirci responsabili. Occorre che di pedofilia, di pedopornografia si parli, si scriva e si discuta sempre di più. Occorre che la società civile, facendo appello alla propria umanità, spinga con forza governi e parlamenti ad essere più attenti, legiferare con più severità, più fermezza, su questo dramma dalle dimensioni immani.
Occorre che tutti noi ci facciamo custodi, sentinelle, mamme, papà di tutti i bambini del mondo. Soprattutto di quelli che con più probabilità possono cadere tra gli artigli diabolici dei pedofili, nostri fratelli senza cuore.
Don Maurizio Patriciello, 12 luglio 2017, Famiglia Cristiana
I bastardi lo sanno che con i bambini è semplice capirsi: quanto ti prendono la mano, hanno già deciso di fidarsi di te. Hanno dei tergicristalli negli occhi, son capaci di scovare il tutto nel nulla: gli uomini trovano il nulla nel tutto, scriveva il poeta Giacomo Leopardi. Eppure ancora troppi di questi bambini sono costretti a vivere nell’inferno, quello stomachevole della pedofilia, della pedopornografia, di quel mondo lurido popolato da orchi che li prendono per mano, accarezzando il sogno di violentarne l’umanità, la dignità, la sopravvivenza.
Qualcuno di questi li frequento: per conto di Dio, visto che nelle galere qualcuno di loro ci resta per anni. Le gesta per le quali sono stati condannati talvolta sono state così sudicie che è ostico riconoscere l’uomo dietro quel suo reato, l’angelo dietro la bestia, il cuore nel mezzo dell’infarto. Eppure, da qualche parte, c’è: è rimasto intatto, soffocato, bistrattato. Quando resiste – perché resistere non è sempre facile – il paradosso è che quell’uomo ritorna bambino. Risvegliandosi dal coma del male, prova vergogna, ribrezzo, si mostra persino incapace di perdonarsi. Il bambino che nasce è il segno che Dio non è si è ancora stancato dell’uomo: un bambino violentato è il segno che l’uomo si è stancato di Dio. Stanco morto che Iddio gli ricordi il fanciullo che anche lui è stato, l’immagine divina che ha deturpato.
Quell’inferno di escremento liquido lo conosco. Non lo attraverso mai da solo: il male, quand’è allo stato puro, è pericolosissimo, altamente scivoloso, non è mai uno scherzo. Quando lo è, è uno scherzo idiota, da idioti. Lo attraverso spesso in compagnia di un uomo: è pure prete, ma ciò che conta è l’uomo che è. Sono oltre due decadi che, da autodidatta, sfida il male faccia a faccia. “È sempre su per il computer. Non ha altro da fare?”, dicono i suoi detrattori. Che sono tanti e pure importanti (nelle misure di quaggiù). Dicono la nuda verità, visto che don Fortunato Di Noto, siciliano di mare aperto, sfida Lucifero a colpi di clic.
Perché quest’uomo lo sa che il male è furbo: cacciato dalla porta del reale, è rientrato per la porta del virtuale. Quel mondo che, per quanto lo si vieti, non è mai vietato ai minori di nessuna età: terra di nessuno, zona franca, spazio aperto. E i bambini, nel frattempo, annegano, sprofondano. Annaspano ruggendo. Una volta sola ho visto, in sua compagnia, uno di quei video luridi che lui, minacciato di vedersi la testa spaccata, continua a denunciare: sono passati tredici anni, ma lo schifo mi è ancora attaccato nello sguardo. Non pensavo si potesse alzare l’asticella così in basso. Alzarla in basso: è l’esatta sproporzione di un’anima che si è persa. Il peso della missione di don Fortunato Di Noto abita tutto qui: risvegliare il mondo — anche della nostra amabile e contestabile Chiesa — da questo coma prima che diventi irreversibile. Prima che sia troppo tardi. Oggi, grazie alla testardaggine di quest’uomo violento col male, si celebra la 22esima Giornata dei Bambini Vittime.
Ogni anno è la stessa domanda ad affacciarsi: “Serve poco parlare: bisogna fare”. È la domanda più imbecille che sia mai stata scritta in italiano. Per due motivi: perché pregare non è parlare, è importunare Dio. Gettargli addosso tutto il dramma bambino: “Non ce la facciamo più! Solo Dio potrà liberarci da questo inferno”. Poi – visto che anche il cuore è organo riproduttivo, sia maschile che femminile – pregare è stringere la mano a questo eroe solitario (anche se la sua è una squadra d’assalto) di nome Fortunato, don. Se solo sapessi che poi mi ritorna in vita, vorrei vedere anticipata la sua fine, quella che da anni è in fase di costruzione avanzata. Lo vorrei sapere morto − per un istante, però − perché l’uomo potesse fiutare che i cani fedeli al padrone abbaiano quando il nemico forza la serratura. Gli altri cani, quelli che di fronte ai banditi non abbaiano, sono cani-drogati. Il male è un sogno-drogato. Anche il Papa, oggi, si unirà alle litanie bambine di Associazione Meter: chi frequenta Cristo, sa bene che, nell’oscurità, o si maledice il buio o si accende un fiammifero. Il fiammifero di don Fortunato.
Don Marco Pozza, 5 maggio 2018, ilsussidiario.net
“Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. È il consiglio affettuoso che Gesù rivolge agli apostoli. Un riposo di cui abbiamo bisogno tutti, soprattutto i bambini. Purtroppo, tra loro, anche quest’anno tanti non andranno in vacanza ma saranno costretti a rimanere a giocare tra strade polverose. Pensando ai bambini il pensiero si estende al dramma vergognoso della pedofilia che tanti di loro coinvolge, adesca, distrugge. Uno scempio di cui, purtroppo, si parla sempre troppo poco. A intermittenza. La guerra alla pedofilia, invece, deve essere combattuta senza pause, senza interruzioni. Da tutti. Lo scandalo che ci serra la gola, ci indigna, ci addolora deve essere gridato senza sosta. Anche e soprattutto in quei momenti di finta quiete quando tutto sembra andare per il meglio. Quando gli scempi riescono a navigare sott’acqua e non vengono a galla. Quando a violentare un minore è stato un prete si assiste a una levata di scudi unanime, stizzosa, che rasenta il linciaggio. Una protesta collettiva, una rabbia incontenibile, un coro di condanne. È giusto. Una persona che dice di essersi consacrata a Dio e al bene non può, non deve ingannare chi ha creduto alla sua missione e si è fidato. Eppure quel prete conosce bene la terribile invettiva di Gesù verso coloro che scandalizzano i bambini: “È meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato in mare…”. Parole spaventose, che fanno rabbrividire. Una violenza sessuale è un atto abominevole da chiunque venga commessa, se però l’abito sacerdotale dovesse servire per facilitare l’approccio per un delitto tanto grave allora ben venga l’indignazione a oltranza. Detto questo sarebbe una grande ingiustizia verso la stragrande maggioranza dei bambini e delle bambine violentati se non alzassimo la stessa voce anche nei confronti di coloro che sono caduti nella trappola mortale di un pedofilo che prete non è. Anche per i papà, gli zii, i nonni, i medici di famiglia, i maestri di scuola o di palestra, i vicini di casa traditori debbono valere gli stessi criteri. Tradire la fiducia dei bambini è sempre orripilante. Come sempre è dal parroco di Avola, don Fortunato Di Noto, che apprendiamo notizie che sono un pugno negli occhi e che difficilmente troveremo altrove. Don Di Noto – e l’Associazione Meter da lui fondata – in soli cinque minuti – avete letto bene: 5 minuti – di monitoraggio ha rintracciato in rete 640 video pedopornografici. La domanda sorge spontanea: se una sola associazione, in soli 5 minuti, scova 640 video, con 640 minori coinvolti, il più grande dei quali non arriva a 12 anni, quanti altri ne sarebbero venuti fuori se a fare questo lavoro faticoso, estenuante, coraggioso fossero in tanti? Noi abbiamo bisogno di scandalizzarci, inorridire arrabbiarci sempre. Anche per questi bambini senza nome, che non conosceremo mai, ma che in qualche parte del mondo stanno vivendo un dramma inconcepibile. La pedopornografia è più dannosa e perniciosa della stessa pedofilia. Un affare milionario su scala internazionale. Un Moloch assetato di piccini indifesi e fragili. Foto e video delle violenze perpetuate, dei pianti strazianti degli innocenti, della loro dignità ferita a morte fanno il giro del mondo in pochissimo tempo, vengono venduti, barattati, prestati, conservati, collezionati. Come un fiume carsico passano sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgiamo. Occorrono persone, istituzioni, facoltà, preparate come don Di Noto e i suoi volontari per scovare questi criminali. Prima che colpiscono occorre non abbassare la guardia e superare anche quella sorta di indignazione che ci aggredisce solo quando la foto del pedofilo viene sbattuta in prima pagina. Queste persone ci sono. Esistono. Stanno in mezzo a noi. Colpiscono quando meno ce lo aspettiamo. Vanno in giro “come lupi rapaci cercando chi divorare”. Volano verso paesi dove più facile è scovare e ingannare i bambini e i loro genitori. Dobbiamo superare l’indignazione a singhiozzo. La lotta alla pedofilia e alla pedopornografia deve entrare a far parte della nostra quotidianità. Deve avere la precedenza assoluta sulle pagine dei giornali, deve entrare nelle agende delle commissioni parlamentari. Di pedofilia e pedopornografia deve parlare il Papa e il presidente della Repubblica, i sindaci e i parroci. Di pedofilia si deve discutere in casa, a scuola, nelle aule universitarie. È venuto il tempo di affrontare questo penosissimo e dannosissimo problema dal punto di vista medico, psicologico, psichiatrico. Anche le carceri oltre alla pena da scontare debbono prevedere, per quanto è possibile, un serio percorso di riabilitazione per chi si è macchiato del grave delitto della pedofilia. La Chiesa cattolica è corsa ai ripari. Per il futuro non sarà facile per un giovane che sente attrazioni insane e devastanti entrare in seminario. Ma che ne sarà dello stesso giovane che si avvia verso altre professioni? Dobbiamo mettercela tutta per arrivare prima. Prima che l’infame colpisca, prima che lo scempio avvenga.
Don Maurizio Patriciello, 6 agosto 2018, post su Facebook
Domenica notte. Sono tanto stanco ma non riesco a prendere sonno. Scendo dal letto, accendo il computer, scrivo. Sento che è dovere mio e di tutte le persone di buona volontà – credenti e non credenti – fare arrivare a don Fortunato Di Noto un abbraccio fraterno e la nostra solidarietà. A lui e a tutti quei preti in giro per il mondo che lottano per i poveri e per i piccoli, contro il male e contro quel male terribile e vergognoso della pedofilia. È importante farlo attraverso le pagine di un giornale che tanti italiani apprezzano per lo stile pacato e onesto, per l’amore agli ultimi, alla verità, alla chiarezza.
Don Fortunato non è un prete qualunque. Da quasi trent’anni, partendo da una intuizione che non poteva venire che da Dio, ha dichiarato una guerra totale alla pedofilia e alla pedopornografia. Un piccolo Davide contro un terrificante Golia. Purtroppo non tutti gli italiani conoscono questo prete gigantesco e buono, amico dei bambini, acerrimo nemico dei pedofili e dei loro protettori, alleato di tutti coloro che si battono per denunciare e far finire questa scandalosa violenza.
Don Fortunato non ha mai avuto peli sulla lingua nel denunciare i crimini che andava scovando, nemmeno quando il reo era un suo confratello. E papa Francesco ha riconosciuto e denunciato con umiltà, coraggio e chiarezza evangelica, pari solo alla sofferenza procurata, gli errori che in diverse Chiese particolari sono stati commessi nel tacere e insabbiare i delitti riguardanti la pratica della pedofilia da parte di persone consacrate. La Chiesa tutta, per questo, oggi paga un prezzo altissimo. Il corpo di Cristo sanguina. Tutte le membra sono chiamate a lenire le sue ferite. Ed è giusto che chi si sente "Chiesa" – laico, consacrato e consacrata, vescovo – si faccia avanti e prenda anche sulle sue spalle il peso di una croce pesantissima.
Nessuno però ha il diritto di aggiungere sofferenza a sofferenza. Inutilmente. Scioccamente. Disonestamente. A nessuno è permesso di ergersi a giudice severo e pieno di pregiudizio dell’innocenza altrui. I tribunali improvvisati, le sentenze sommarie della storia hanno quasi sempre fallito, sbagliando il bersaglio. Finendo con il perpetuare quei crimini che avrebbero voluto estirpare. Nessun giusto deve essere accusato di colpe che non ha commesso. Pena il fallimento della giustizia.
A don Fortunato è accaduto un fatto dolorosissimo che sta capitando a tanti di noi preti in questi mesi. Ascoltiamolo: «"Pezzi di m...a". Solo per il fatto che sono un sacerdote. Stamattina andando a prendere un caffè, della gente, scorgendo che ero un prete, ad alta voce ha detto: "Pezzi di m...a". Mi sono molto rattristato. Ero un prete e sono una m...a, mi hanno detto. Già, perché altri hanno vissuto nella sporcizia più immonda... È a causa di coloro che hanno abusato, che fanno la doppia vita, che sono m...a. Ma è giusto? No, non è giusto, non è onesto. Non fa bene alla Chiesa, quella delle famiglie, dei bambini, dei giovani, degli anziani, dei buoni pastori, delle suore, delle claustrali, dei monaci. Aiutiamoci a rendere bella la nostra Chiesa. Siamo arrivati a un punto di non ritorno». No, don Fortunato, eri e rimani un prete. E, grazie a Dio, hai le spalle larghe, e non sarà certamente questa offesa a scoraggiarti.
Non tutti però possono contare sulla stessa grande forza d’animo. E parole cattive gettate al vento con cattiveria possono far molto male. Mai come oggi i figli della Chiesa debbono stringersi attorno ai loro pastori. Per aiutarli ed essere aiutati. Per sostenerli ed essere sostenuti. Un solo gregge, un solo popolo. Per crescere insieme nella santità. E credere nella forza della preghiera, della penitenza, della rigorosa riparazione, della solidarietà, della condivisione.
Dell’amicizia. Domenica, a Messa, abbiamo mangiato tutti lo stesso Pane. Caparra e garanzia di vita eterna. Non commettiamo la follia di sospettare e punire il giusto per l’ingiusto. Quanti insospettabili papà, zii, nonni, insegnanti, educatori, professionisti, operai, vicini di casa si sono macchiati e continuano a macchiarsi del crimine orrendo degli abusi sui minori... Nessuno sconto per nessuno. Verità per tutti fino a farci male. Trasparenza. Denuncia. Prudenza. Fermezza. Facciamolo per amore dei bambini e delle bambine che sono caduti o cadranno nelle grinfie di questi orchi.
E a quei tali che, credendosi giusti e giustizieri, hanno gridato 'pezzi di m...a' a don Fortunato, diamo solo un consiglio: andate ad Avola, nella sede dell’Associazione Meter, e vedete con i vostri occhi quanti bambini sono stati salvati grazie al lavoro di questo prete. E, magari, date una mano, sul serio, per sostenere e incrementare questa nobile missione, questa dura battaglia, quest’opera di bene e di giustizia.
Don Maurizio Patriciello, 28 agosto 2018, Avvenire
La scritta, sulla porta della stanza, è di colore rosso, a caratteri maiuscoli. Una sola parola: “ATTENZIONE!” Mi ritornerà alla mente il giorno dopo quando mi fiondo dentro il bagno dell’aeroporto di Catania per vomitare: l’aereo sta per partire, il mio fisico non riesce a reggere lo schifo visto il giorno prima. «Vedere qualche frammento di questi video ti cambierà la vita con dei “perchè”» mi disse quest’uomo al quale Dio ha dato il mandato di calarsi nell’inferno della pedofilia per tentare di salvare qualche bambino dalle grinfie bastarde delle violenze. Senza finirne risucchiato. In diciassette anni che lo conosco, mai avevo avuto il coraggio di guardarne uno: temevo l’accaduto, che il mio fegato non reggesse il contraccolpo. «Sai Marco – ha gli occhi d’un azzurro inspiegabile – qui dentro o ci entri con la Grazia di Dio o sei fottuto. Non bisogna mai dubitare dell’amore di Dio quando sfidi il male». Accanto, col volto tirato, ci sono alcuni degli angeli di Associazione Meter, da trent’anni a difesa dei piccoli, i più fragili. Un esercito di gente contaminata da una follia: Cristo, quaggiù, si è nascosto nelle membra sbrindellate di bimbi violentati per il solo gusto del piacere sessuale: “Ero nudo e tu mi hai vestito. Mi avevano spogliato per violentarmi, tu mi hai salvato” dirà il Cristo nudo a chi Gli tenderà una mano. Prendendosi cura della sua nudità.
Don Fortunato Di Noto, il prete in questione, ha il fisico di un lottatore di sumo. Si necessita d’un fisico possente per pugnalare il male: «La pedofilia è la nuova forma di schiavitù. Chi ne parla? Pochissimi: il traffico di materiale pedopornografico è in mano alla pedocriminalità organizzata: i suoi picchi sono nell’America del Nord e nell’Europa. “Che c’è di male ad eccitarsi con dei bambini?” reagisce un certo mondo. Violentare un bambino, invece, è un omicidio psicologico, come dice Papa Francesco». Sono parole choc, doc. Ho un’immagine che mi devasta la memoria mentre questo prete mi tiene per mano: avrà avuto un mese la bambina ritratta nel video mentre un uomo se la scopava. «Sono uomini che hanno perduto la loro umanità. Prima di mettere le mani in questo inferno liquido, chiedo una grazia: “Dio, non mi dare emozioni. In questi trent’anni l’inferno mi ha marchiato, ma non ha mai prevalso”». È una promessa di Dio questa, è materia di fede per dirsi cristiani: «Portae inferi non praevalebunt adversum eam» (Mt 16,18). Nella Chiesa istituzionale che prova, spesso non riuscendo appieno, a tessere dialoghi ecumenici, Don Di Noto pratica un ecumenismo concreto: i suoi interlocutori sono l’FBI, Scotland Yard, l’Interpol, la Polizia Postale. Quando ha iniziato, oltre alla depravazione, c’era poca tutela soprattutto per chi voleva snidare questo male: «Partivo con il mio computer sotto il braccio per andare a mostrare l’inferno: se non lo vedi, non lo capisci. Nel 1997 abbiamo fatto approvare la prima mozione al mondo contro la pedofilia, votata all’unanimità dal Parlamento Italiano che poi si impegnò a fare leggi in materia. Le nostre prime denunce partivano via fax. Non siamo facili ad arrenderci: ad un problema noi non possiamo rispondere con un problema, noi dobbiamo cercare una soluzione». Sono tre decadi costellate di tanti problemi e non poche soluzioni. La più bella delle quali resta l’ascolto delle vittime: «Ne abbiamo incontrate oltre 2000 finora». Stesso immenso dolore: ognuna, però, ha sofferto in modo diverso.
Qualcuna è tornata a sperare: «L’abuso subìto mi ha creato una ferita che, nel tempo, è diventata una feritoia di luce perchè ho incontrato gente che mi ha guardato diversamente» racconta una vittima. Associazione Meter va a snidare il male, per denunciarlo non per insabbiarlo. È grazie a lei che sono scattate 24 operazioni internazionali: indagini, manette, arresti, processi, galera. Il male, nel frattempo, si diverte a farlo passare per complice, col sospetto che lui si faccia ricco sulla pelle violata dei bambini: «Sono stato indagato (e poi assolto) per tre volte: per detenzione di materiale pedopornografico e per procurato allarme». Come dire: “Don Di Noto esagera!” Non fossimo illogici, ci sarebbe da pisciarsi addosso dalle risate: «Questa non è una nostra battaglia di nicchia. È la missione della Chiesa: rendere palpabile l’invisibile, non cadere nella trappola che questa sia una passerella». Sullo schermo, nel frattempo, scivola un altro video: «Vi prego, basta così!»: dico loro mentre penso alle mie due nipotine appena nate. Lui ha il volto impassibile: «Dimmi, Marco: qual è il male che sto facendo? Non è il mio dovere di uomo e di prete fare questo? Come si comporterebbe Gesù?». Provo a dargli torto, ma l’evidenza è così manifesta da zittirmi all’istante. Davanti agli occhi mi sta scorrendo la Crocifissione di Cristo in versione 4.0: è una bambina, nel mentre viene stuprata da un uomo che nemmeno si copre la faccia. È l’orgoglio di chi tortura Cristo in diretta web.
Esco dalla stanza: ciò che, finora, pensavo fosse pornografia, al confronto è una poesia in endecasillabi, un set per film romantici. L’ultimo appuntamento è ad Avola, nella sua parrocchia. Sui gradini due bambine stanno giocando a Risiko. È un’annunciazione spettacolare: si gioca col sorriso solo dove ci si sente protetti, a casa. Sull’altare c’è un cartellone con centinaia di volti di bambini scomparsi, uccisi. Carne da macello, poco più. «Somiglia allo Yad Vascem di Gerusalemme – penso tra me –. Là ci sono i volti dei bambini ebrei sterminati dai nazisti. Qui ci sono volti bambini torturati dagli umani». Come se avesse letto il mio pensiero: «Le conseguenze sono devastanti – mi spiega –: non è un caso che chi ce la fa venga identificato come sopravvissuto». Come chi è scampato ad un eccidio, un genocidio. Diranno che si esagera. È sempre così che il male ama togliersi le voglie: facendo il porco con il corpo degli altri. Facendo sesso con dei bambini.
In aeroporto, quando mi saluta, mi stringe forte: se Lui vede Dio in quella carne frantumata, io non posso non vedere Cristo in quest’uomo. Altrimenti non c’è nessun Dio quaggiù, e il cristianesimo è una fiaba per addormentarsi meglio: «Spero che Cristo mi riservi un piccolo scantinato in Purgatorio – mi confessa da quando lo conosco –. Ma se ci fosse da andare all’inferno per salvare anche solo un bambino, ci andrei pur di salvarlo». Dio, a Betlemme, è nudo e indifeso. Erode, pensandolo, ha le bave alla bocca. È cambiato? Frequentando il male non ho ancora capito se ci vuole più coraggio a morire per uccidere o a morire per salvare. Penso solo ch’è da vigliacchi emarginare profeti così, bastonare i cani che abbaiano: si abbaia per la fedeltà al padrone. Gli altri, quelli in cuccia, hanno già ingoiato qualche pasticca di anestetico. Anche qui la scritta “ATTENZIONE”, in rosso, caratteri maiuscoli: perchè sono già dell’Avversario. Degli infiltrati in giacca e cravatta. Anche col clergyman.
Don Marco Pozza, 6 maggio 2023, ilsussidiario.net
C’è un uomo – non so quanto i vigliacchi decidano di lasciarlo ancora vivo – la cui vita è una delle più spericolate che io conosca: Fortunato Di Noto. È “anche” prete ma prima di tutto è un uomo con gli attributi. Il più bel attributo: è uomo di Dio, dove il genitivo fa la differenza. Sono più di trent’anni che dall’alba al tramonto punta il dito al male: lo studia, lo sfida, lo minaccia d’estinzione. Non un male qualsiasi, il male organizzato, criminale: si scrive “pedofilia” ma si legge “morte”. Sottile, bastarda, invisibile: morte che, quando non avviene all’istante, si pagherà in comode rate mensili nel resto della vita. «Le conseguenze sono devastanti – spiega –: non è un caso che chi ce la fa venga identificato come un sopravvissuto». Come chi è scampato ad un eccidio, ad un tentato sterminio.
Ci sono due luoghi, al mondo, che attribuiscono la “certificazione di origine controllata” a quest’uomo: le carceri e la Chiesa. Conosco gente, in galera, che lo odia per il semplice fatto di rompere loro le uova nel paniere: per questo, nel tempo, tentano di ammazzarlo. Anche nella Chiesa, in questi anni, hanno tentato d’ucciderlo senza infamarsi le mani: dicendo che, con un busto come il suo, se ne vada a giocare a sumo invece che infastidire il quieto credere. Lui, l’acqua lo bagna e il vento lo asciuga, invece. Avanti il prossimo! Trent’anni di prese per i fondelli non valgono il sorriso che Papa Francesco gli ha riservato in un’udienza storica: mai un Papa gli aveva riservato un onore così (meritato). Dopo le parole di PietroFrancesco, chi lo ama continua a seguirlo, chi lo odia continua ad inseguirlo.
Ci vuole fegato per riuscire a sopravvivere a ciò che i suoi occhi, e quelli di Associazione Meter, quotidianamente vedono da quasi mezzo secolo: dorme la notte, dopo quelle prime visioni occulte, solamente chi, in quella merda liquida, ci va come inviato di guerra da parte di Dio. Se uno ci andasse per gioco o per sfida, finirebbe inghiottito vivo da quant’è untuoso questo male. In tutto il mondo questa domenica si celebra la XXVII Giornata Bambini Vittime. Vittime di che? Della violenza, dello sfruttamento e della indifferenza contro la pedofilia. Invece che unirsi nella preghiera, lo sfottono: “Ancora questa storia! Son trent’anni che va avanti e tutto resta uguale”. Idioti: la vera potenza di Dio – insegna Agostino – non consiste nell’impedire il male, ma nel sapere trarre il bene dal male. Ogni vita salvata fa trovare in mano a quest’uomo un pezzo di Paradiso. Alla faccia.
Don Marco Pozza, 7 maggio 2023, da Specchio de La Stampa
La statura non deve fregarci, la possenza nemmeno: da qualunque lato lo si guardi, reale o metaforico, l’uomo in questione è un “armadio d’uomo”. Chissà se Charles Perrault, il papà letterario di Pollicino, avrà pensato di far mettere su casa al suo celebre «ometto attento e giudizioso che riusciva in tutto quello che intraprendeva». Io, cresciuto alla scuola delle esimie briciole di Pollicino, mi sono fatto l’idea che Pollicino abiti ad Avola, nel sud dell’Italia, più vicino all’Africa che a Vipiteno. Se, un giorno, vi verrà la voglia di andarlo a trovare, chiedete di lui chiamandolo con il suo prestanome: si chiama Fortunato, di cognome è Di Noto ed è pure figlio di quella splendida città colorata ch’è Noto. Ad Avola, Pollicino si è fatto il suo campo base, la sua Cape Canaveral dalla quale lanciare i razzi contro il crimine orrendo: non nel centro della cristianità, sotto le colonne del Bernini, ma in riva a quel mare di acqua ch’è incrocio di sangui, di cadaveri, di mostri e di navigazioni. La statura non freghi: è gigante il prete di Avola, ma in realtà è un Pollicino piccolissimo. Piccolissimo ma, badate bene, ingegnosissimo: da trent’anni riesce a scappare ai pericoli che gli tendono come laccioli. Li sfugge, salvando i suoi “piccoli” – sono i suoi fratellini – dall’orco brutto e cattivo. Nel titolo di un suo libro, c’è Pollicino: «Preti. Appunti come briciole di pane per la conversione del cuore». Le briciole come le vecchie pietre miliari che i Romani ponevano come contachilometri dei loro percorsi, Pollicino le posiziona per non perdersi dentro il mare di merda ch’è la pedofilia. Un suo conterraneo, Peppino Impastato, disse che «la mafia è una montagna di merda»: una frase, una dichiarazione d’intenti, l’imbastimento della guerra alla guerra. Se è di merda che si parla quando si parla di mafia, a parlare di pedofilia la merda diventa liquida: diarrea, sterco del demonio, guano del peggiore degli uccellacci del malaugurio. Le briciole di Pollicino e la sfinge di merda della pedofilia: benvenuti ad Avola, terra di vino, di sole e mandorle. Lui è don Fortunato di Noto.
C’è un mistero che, agli osservatori più attenti, da trent’anni incupisce gli animi, quelli degli estimatori e dei detrattori: “Come fa quest’uomo a calarsi nella merda e mantenere il suo cuore pulito, lo sguardo azzurrino che si porta in dote?” La risposta, bando alle ciance, è materia da Tommaso d’Aquino: «Ogni mattina, prima d’entrare in questa terra devastata, celebro l’Eucaristia» dice. Attorno al corpo di quest’uomo da decenni vegliano le Forze di Polizia: mentre loro custodiscono il suo corpo, lui si ciba del Corpo del suo Dio. Un corpo a corpo da far nascere il voltastomaco anche ad un ingordo come Satana che, cercando alleati (non fa molta fatica a trovarli) cerca di screditare agli occhi del mondo e della Chiesa la pia opera di carità che Pollicino, indomito, porta avanti. La volta in cui, per bontà sua, mi fece la grazia di vedere in volto questa disgrazia fetente come la peste, di ritorno a casa mi ficcai dentro i bagni dell’aeroporto di Catania per vomitare: il mio fegato, avvezzo ai crimini quotidiani confidati in galera, non era pronto alla contemplazione del saccheggio di un corpo di bambina penetrato da un uomo di così immane scurrilità da non avere manco il pudore di coprirsi il volto. Orgoglioso. È di questa gente ch’è infettata la vita del Pollicino di Avola. Per spiegare di cosa trattasse il suo lavoro a Papa Francesco, ripetei la metafora che lui usò perchè io capissi che lavoro faceva lui, il Papa, nella Chiesa: «Ogni mattina si alza con la coscienza di avere uno spazzolino da denti in mano e una Sfinge davanti che Dio gli chiede di pulire. Fa il massimo, con il suo spazzolino». Di lì a poco, gli concesse udienza. Gli concesse l’altissima onorificenza della parola e del grazie di Pietro.
Pollicino è una fiaba di Charles Perrault, Associazione Meter è una realtà della Chiesa di Dio. Poco importa, allora, se la Chiesa gli concede il solo lusso di difendere i confini nella Trinacria. Lui, col Pronto Soccorso di volontari e amici, ogni mattina si alza e va in guerra: a fare la guerra alla guerra (della pedofilia). Il solo fatto di salvare anche solo un bambino, gli vale già ora un pezzo di Paradiso.
Don Marco Pozza, 29 Aprile 2026, Sulla strada di Emmaus
