L’apertura di WhatsApp agli under 13 – con la previsione che siano i genitori a confermare i passaggi necessari all’iscrizione – sta riaccendendo il dibattito sulla presenza dei minori nelle piattaforme digitali.
La questione, però, non riguarda solo l’autorizzazione all’accesso, ma il ruolo educativo di genitori, scuole e istituzioni nell’accompagnare i più giovani nell’uso consapevole degli strumenti digitali.

Nella realtà quotidiana delle famiglie, il controllo è spesso più fragile di quanto si immagini. Molti minori conoscono già le password di sblocco dei telefoni dei genitori, sanno muoversi tra impostazioni e registrazioni e, soprattutto, hanno un livello di familiarità con gli strumenti digitali che rende facile aggirare momenti di distrazione o verifiche formali. Pensare che un sistema di conferma parentale sia una barriera reale significa ignorare come funzionano oggi le dinamiche domestiche e digitali.
Concentrarsi solo su WhatsApp rischia di spostare l’attenzione dal vero punto: i minori sono già presenti su piattaforme come Snapchat, Instagram e TikTok, spesso già a 8 o 9 anni. Qui non si limitano a chattare: guardano video, seguono creator, condividono contenuti, apprendono informazioni, dalla scuola alle passioni personali, e partecipano a vere e proprie micro-comunità digitali.
Basta osservare alcuni hashtag su TikTok diffusi tra i minori di 13 anni per capire l’ambiente in cui si muovono ogni giorno: #fyp #neipertee #memes #gaming #roblox #funny #challenge #tiktokitalia #viral #playtime
In questo ecosistema, discutere se i minori “debbano stare o meno su WhatsApp” rischia di diventare quasi paradossale. Per molti di loro la piattaforma di messaggistica è soltanto uno strumento in più all’interno di una rete molto più ampia di relazioni, contenuti e interazioni digitali.
Piattaforme di gaming e i dati di Associazione Meter
Un’altra dimensione spesso sottovalutata riguarda i videogiochi online. Anche lì i minori parlano con chi vogliono: chat vocali, messaggi scritti, gruppi improvvisati tra sconosciuti. Il mondo del gaming è diventato uno dei principali spazi di socializzazione digitale.
Proprio su questo aspetto l’Associazione Meter ha recentemente condotto una ricerca su un campione di minori tra i 9 e gli 11 anni analizzando l’esperienza di gioco su Roblox e i dati mostrano un quadro critico: il 70% dei minori coinvolti dichiara di essere stato esposto ad almeno una situazione di rischio durante l’esperienza di gioco. Il fenomeno del cyberbullismo è altrettanto diffuso: il 35% dei minori afferma di aver subito comportamenti offensivi, minacce o esclusione intenzionale dalle attività di gioco, con possibili ripercussioni sul benessere emotivo.
Questi numeri non spostano il focus su WhatsApp, ma lo allargano: il problema non è una singola piattaforma. È l’intero ecosistema digitale in cui i minori crescono.
La vera domanda, allora, non dovrebbe essere soltanto se un ragazzo di 12 anni possa o meno usare WhatsApp, ma se adulti, scuole e istituzioni stiano davvero comprendendo la profondità dell’ambiente digitale in cui i più giovani vivono già oggi.
E mentre molti genitori cercano informazioni su come gestire l’account WhatsApp del proprio figlio, i ragazzi hanno spesso già iniziato a muoversi autonomamente in un universo digitale molto più ampio e complesso. Un ambiente che può dare l’impressione di essere facilmente gestibile, ma che richiede invece accompagnamento, educazione e presenza da parte degli adulti.


